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Photo e Video - Che fine faranno i nostri ricordi?

Photo © 2026 Giovanni Di Cecca / MagnaPicture.com


Con l’estate al giro di boa (tranne che per il caldo), e col rientro di alcune persone dalle vacanze estive (ma molti altri stanno partendo in questi giorni post ferragosto) non posso non soffermarmi su un aspetto cruciale: che fine faranno i nostri scatti, video e quant’altro che abbiamo prodotto in queste vacanze?

E’ una osservazione che scrissi a suo tempo sul MONITORE NAPOLETANO, in una domenica di febbraio del 2015, riprendendo le parole di uno dei due fondatori di Internet, Vinton Cerf, che con Robert “Bob” Khan scrissero il Protocollo IP che ti consente di leggere questo post dal tuo dispositivo (vincendo il Turing Award, il Nobel dell’Informatica).

Dopo 11 anni da quell’articolo, complice il caldo, il mare e l’eclisse del 2026, mi sono messo a ragionare sulla caducità dei nostri dati e sulle ipotesi di salvataggio e sulla Digital Dark Age che ormai incombe su di noi.


I dati sugli scatti in Digitale

Partiamo dai numeri reali.

Navigando in rete ho trovato che grossomodo nel 2024, a livello globale, sono state scattati circa 1,93 TRILIONI di immagini (un trilione sono 1000 Miliardi che messi in numeri diventano: 1.000.000.000.000), cioè:

- 5.3 Miliardi di immagini al giorno

- 61.400 immagini scattate al secondo, circa

Dato che, al 2026 eclisse inclusa, potrebbero tranquillamente superare l’ordine dei 2 TRILIONI!

Detto così, sono numeri che non dicono praticamente nulla, poiché non c’è un termine di paragone misurabile.

Proviamo come segue:

Il numero di immagini scattate solo nel 2024 (visto che è un dato statico) dovrebbe rappresentare quasi tutte le immagini a pellicola, scattate nel mondo in 177 anni, grossomodo dall’invenzione della fotografia (cioè dalla prima photo di Joseph Nicéphore Niépce nel 1826) all’avvento delle macchine digitali del 2003,!

Per aggiungere un dato personale alla statistica di prima, dal 31 maggio 2021 al 13 agosto 2026 (eclisse inclusa) il mio archivio personale Amazon Photos registra 116.119 immagini salvate.


Differenza tra pellicola e digitale

Per nascita dovrei appartenere alla Generazione X (1965-1980), ma essendo nato più vicino agli ‘80 che agli anni ‘60, mi considero appartenente alla Generazione Y (1981-1996) detti anche Millenial

Precisazione che indica semplicemente il modo di vedere le cose più vicino agli anni ‘80 che agli anni ‘70, ed è importante sottolinearlo, poiché, a differenza ad esempio della Gen Z e successivi, non solo ricordo, ma stato parte attiva del periodo delle photo a pellicola.

Il passaggio dall’analogico al digitale non è avvenuto nel corso di una notte, ma come tutti i fenomeni generazionali ha avuto una gestazione piuttosto importante soprattutto a livello professionale.

Sì perché il passaggio prima ancora che a livello commerciale (User Consumer), ovvero la digitalina che sfoggiavi come se fosse il Santo Graal della modernità, aveva una radice professionale di alto livello.

I principali problemi della fotografia a pellicola sono sempre stati 3:

- Numero di scatti per rocchetto o rollino
- Sensibilità della pellicola
- Laboratorio di sviluppo e stampa

Il primo è quello più ovvio. Le pellicole 35mm avevano un numero massimo di 36 scatti, 40 il formato più stretto APS/Advantix (il secondo era il nome commerciale di Kodak per APS: Advanced Photo System), ma i formati professionali 6 x 6 e 6 x 7 (rispettivamente Hasselbald e Rolleiflex) di scatti ne avevano al più 12 per rocchetto

Il secondo problema era la sensibilità della pellicola. Chi usava il 35mm ed in macchina aveva una ISO 100 o ISO 64 (in uso a diapositiva principalmente) e si trovava in scarsa luminosità o usava un flash o non scattava.
Solo sul finire dell’era della pellicola, Kodak con il formato APS/Advantix propose una pellicola leggermente più piccola (l’attuale formato digitale APS 1,5 volte più piccola del sensore 35mm) che poteva essere estratto all’occorrenza e sostituito con una pellicola più sensibile o meno sensibile o B/N

Il terzo ed ultimo problema, il più grosso in assoluto, era il laboratorio di sviluppo e stampa. Se avevo fatto le photo della vita, un laboratorio che non lavorava bene avevamo ottime possibilità di perdere irrimediabilmente la documentazione.



Rullino 35mm - Archivio Storico Privato dicecca.net


Il caso più famoso ed eclatante accadde nel giorno del DDay, lo Sbarco in Normandia del 6 giugno 1944, quando il grande Photo Reporter Robert Capa sbarcò con le forze di invasione sulla Manica e scattò 106 immagini che furono mandate d’urgenza ai laboratori della rivista Life a Londra.

Per un errore tecnico dello sviluppo si salvarono solo 11 immagini (come riporta la rivista National Geographic) che ci sono giunte fino a noi evche testimoniano la più imponente invasione militare della storia.

Se Robert Capa avesse avuto una reflex o mirrorless digitale a portata di mano, probabilmente avrebbe scattato 1600 immagini (o molte di più) con qualità superiore e con possibilità di poter usare tutte le sensibilità ISO su singola sessione.

Ad esempio nell’occasione della venuta del Santo Padre a Napoli un collega dell’ANSA ha scattato di una singola posa credo 20/30 immagini a 1/400 di tempo di scatto a 10.000 ISO, sensibilità che a pellicola non esiste, senza le imperfezioni di una immagine ritratta con simile sensibilità.

Nei primi anni 2000 oltre alle citate macchinette giocattolo per usi non professionali, si iniziarono a diffondere le prime reflex digitali professionali, e Nikon fece uscire dei modelli dove si potevano usare le ottiche per le macchine a pellicola sul corpo digitale con un notevole risparmio di denaro mantenendo, almeno dal punto di vista ottico, invariata la qualità dell’immagine.

Con l’introduzione dei corpi con sensore 35mm standard (in buona sostanza dal 2007 in poi), i professionisti abbandonarono la pellicola in favore del digitale perché il costo produzione immagine rispetto alla pellicola è praticamente del tutto inesistente. 


La Dark Digital Age e la sovraproduzione di immagini

Se l’estate 2007 vide l’introduzione di una delle reflex più importanti della storia, la Nikon D3 che aveva il sensore 35mm, in contemporanea uscì anche il primo smartphone e avrebbe cambiato per sempre il nostro modo di usare i dispositivi mobili: l’iPhone.

Se fino ad allora, si camminava con il cellulare più o meno avanzato (Windows CE e Windows Mobile erano modelli di punta in materia per la compatibilità con Windows per PC) e la digitalina in borsa, dal 2007 si realizzò la convergenza verso un unico dispositivo che, come descritto nel post 30 anni di "PC - Ovvero come capirci qualcosa senza arrovellarsi il cervello" e le prospettive future, lo smartphone racchiude in un unico oggetto: Telefono, Video Telefono, Messaggistica avanzata, Macchina Fotografica, Telecamera, Computer, Televisione, Intelligenza Artificiale, Consolle Giochi, Walkman (e video jukebox), Navigatore Satellitare, Sistema di Autenticazione Bancaria, Documenti Personali (come Patente, Carta d’Identità, ecc.), Libri e Riviste, Acquisti di Beni e Servizi, e qualche altra cosa che allo stato mi sfugge.

Da quando abbiamo iniziato ad usare lo smartphone, abbiamo prodotto i circa 2 trilioni di immagini/anno.

Ma quante di queste immagini conserveremo ed il mondo conserverà? 

Sembra una domanda semplice, ma meno, molto meno di quello che sembra.

Un vecchio rullino aveva il pregio di essere oltremodo limitato e con tutti i problemi descritti in precedenza, ma aveva anche il pregio che in mano avevi una stampa positiva ed un negativo che era nel bene e nel male uno stampato che rimaneva nel tempo, anche se buttato dentro una scatola.

Nel digitale, non è così semplice.

Certo lo abbiamo nello smartphone o nel cloud (cito solo i due più diffusi Google One e Apple iCloud), ma non sempre i backup vengono fatti (vuoi perché si esaurisce lo spazio gratuito) o vengono fatti con continuità e bene.

Mi si può osservare che si possono fare i backup su dischi esterni (e per carità è una delle soluzioni), ma sempre può capitare che il disco salti per qualche ragione.

Sembra incredibile, ma la "visione apocalittica della Digital Dark Age" di Vinton Cerf che pubblicai nel 2015 sembra già essere in corso.

E qui caro lettore puoi solo rispondere a te stesso: dove ha messo le photo della vacanza del 2016?

Sono certo che la maggior parte dei lettori del Blog sa esattamente dove si trovano e può recuperarle in real time, ma sono convinto che alcuni, soprattutto se hanno l'età del dubbio (30-40 anni) sanno dove stanno le photo del matrimonio o di quelle scattate nel 1986 o 1996 a mare con i propri genitori, con gli amici ecc. che quelle del 2016, proprio perché quel clic più semplificato dura il tempo di un mese al più e poi passa dietro, ma molto dietro, soprattutto negli smartphone e non sempre è semplice cercare (soprattutto se si cambia smartphone)

Tempo fa un amico mi chiese come esportare immagini e video del nonno da un vecchio smartphone (tipo 2010 o giù di lì).

Gli passai il post Windows 11 - Come passare i file via Bluetooth sul PC dallo Smartphone, poiché aveva il vantaggio di essere più rapido nell'accesso e passaggio e meno vincolato rispetto al cavo dove non sempre si accede direttamente alle immagini come disco esterno, a riprova che anche la compatibilità non sempre esiste su dispositivi più datati 

Non parliamo poi dell'epoca cellulari tipo Nokia, dove non solo il cavo ma anche il software è praticamente impossibile da usare se non su Windows d'epoca e su macchine d'epoca, soprattutto se usano come transfer Porte Seriali RS-232... (es. Nokia 7110 e similari)

Nell'articolo sul MONITORE NAPOLETANO, inoltre citavo anche il problema dei formati, dove spesso formati che sembrano di punta poi diventano obsoleti perché l'azienda o il team che lo ha prodotto non è più disponibile al supporto.

Ricordo solo il caso più eclatante, quello del Kodak PhotoCD (al quale ho dedicato un post sul blog, clicca il link), che non avendo più il supporto di Kodak prima, e dopo di Adobe che tolse il supporto alle versioni successive di Photoshop CS, lasciando per strada moltissimi fotografi professionisti e non che avevano speso migliaia di Dollari o Lire d'epoca, nella conservazione delle immagini su questo tipo di file poiché supportata dalla Kodak che sembrava essere immortale (un po' come Nokia per i cellulari).


Archivio Storico Privato dicecca.net


Digital Dark Age, il Destino (in)Evitabile

Il pregio di scrivere queste righe in spiaggia è quello di poter alzare ogni tanto lo sguardo dal PC e vedere il mare, le persone quello che fanno, e soffermarsi soprattutto a quei selfie che si fanno per registrare un ricordo che svanisce nel momento stesso in cui viene fatto.

Questo fenomeno chiamato presentismo eterno (o anche semplicemente presentismo), neologismo coniato dallo storico François Hartog.

A me, invece, fa sempre venire in mente la scenetta, tutt'altro che banale, di Luciano De Crescenzo in 32 dicembre (Il tempo come astrazione mentale, clicca qui), su come il tempo è un'astrazione mentale e non esiste.

Il tempo non esisterà pure, caro Luciano De Crescenzo, ma i dati si e vanno preservati!

Un caso eclatante (ma seriamente eclatante) della caducità dei dati digitali mi capitò una ventina di anni fa, quando mi imbattei sul sito di Marvin Minsky del MIT Media Lab., che oggi non esiste più in accesso diretto, ma di cui è possibile vedere una "copia" sulla WayBack Machine di Archive.org, clicca qui, oppure sull'archivio di siti del MIT dove è stato spostato, clicca qui

Minsky è considerato il vero padre dell'Intelligenza Artificiale e la pagina in questione era la Lectio Magistralis post conferimento del Turing Award (il Nobel dell'Informatica) per i suoi studi sull'Intelligenza Artificiale che gli era stato dato nel 1969.

Sulla pagina, in alto, ad un certo punto c'era scritto:

[Because we cannot read DECtapes from 1970, this document was OCR-ed from theJACM. If you notice any significant misprints, please send them to m. But don't tell me about the exponents which neither MS Word for Macintosh 98 or 2001 renders correctly when converting to html.]

tradotto in italiano:

[Dato che non possiamo leggere i nastri DECtape del 1970, questo documento è stato digitalizzato tramite OCR dal JACM. Se notate errori di stampa significativi, vi preghiamo di inviarceli. Ma non parlatemi degli esponenti che né MS Word per Macintosh 98 né 2001 visualizzano correttamente durante la conversione in HTML.]

In buona sostanza il MIT, l'università che per definizione fa la tecnologia dei nostri tempi non aveva la possibilità di leggere un vecchio nastro DECtape di un computer DEC PDP 11 del 1970, e quindi si sono affidati ad una versione OCR del testo pubblicato sulla rivista cartacea.

E qui nasce la domanda più interessante: come faccio a salvare i miei dati e a leggerli nel tempo?

Più in generale: è possibile sfuggire alla Digital Dark Age vaticinata da Vinton Cerf?

La risposta (o una possibile risposta) non è né unica e né scontata!


Il concetto di scrittura e di contemporaneità del contesto 

Partiamo dal presupposto fondamentale: l'uomo non è immortale, ma attraverso la scrittura può lasciare il segno della sua esistenza!

Se pensiamo ai Sumeri, agli Egizi, ai Babilonesi, ai Greci e Romani, ognuno di loro ha lasciato traccia del proprio passaggio tramite la scrittura, ora su tavolette di argilla o pietra, ora sui papiri, ora sulla pergamena.

Per quel tempo arcaico, alle persone (ovviamente quelle erudite e un po' meno erudite, sicuramente non alla massa) era chiaro il contesto in cui si muovevano ed era chiaro soprattutto lo spazio temporale fatto di eventi e personaggi che erano a loro noti ed a noi oggi un po' meno, in qualche caso del tutto sconosciuti cancellati dal tempo.

Lo stesso si può dire della scrittura: un Greco o Romano poteva leggere l'Egizio antico e loro contemporaneo perché era una lingua praticata.

Sono bastati solo poche centinaia di anni, il crollo di una civiltà come quella Romana, per perdere tutto il sapere egizio, recuperato grazie alla Stele di Rosetta, la tavola con incisione egizie e greche che ha consentito Jean-François Champollion di creare un ponte tra ciò che era scritto in egizio e quello greco antico per poter poi decifrare tutti i geroglifici egizi più di un millennio dopo.

Noi in informatica ci troviamo nello stesso identico problema (vedi il testo di Minsky di cui sopra), ma non è crollata (ancora) la nostra civiltà.


I rimedi per il salvataggio nel corso degli ultimi 30 anni

Il periodo che prendo in analisi va dal 1992, anno di uscita di Windows 3.1 al 2026 dove c'è Windows 11 imperante.

Informaticamente parlando è un tempo lungo quanto un'era geologica dove è accaduto di tutto e di più!

In questo paragrafo faccio una brevissima carrellata dei ritrovati commerciali per salvare i dati e dei problemi che hanno generato nel tempo.

Nel 1994, quando gli Hard Disk di grandi dimensioni erano dell'ordine di 250MB - 512MB, ed i Floppy Disk da 3,5" avevano di spazio di appena 1,44MB, il problema spazio di archiviazione divenne un'ossessione perché in quel momento, complice Windows 3.1, gli utenti iniziavano a produrre documenti con Word, Excel e soprattutto a scannerizzare immagini con i primi rudimentali scanner su porta parallela, per non parlare, poi, dei primi file MP3 che iniziavano ad essere convertiti dai CD e scambiati dal 1999 su Napster, eMule e similari.


Floppy 1,44 MB - Archivio Storico Privato dicecca.net



La Iomega Corp. inventò un floppy da 100MB a disco, chiamato Zip 100, che veniva inserito in una dispositivo simile da un lettore floppy e veniva usato come tale.


Iomega Zip 100 - Archivio Storico Privato dicecca.net


Quello più famoso era esterno su porta parallela (con Apple iMac G3 uscì anche la versione USB, ma dopo il 1998 da 250MB compatibile 100MB)

Il disco rappresentava seriamente una rivoluzione (almeno in quel tempo) per ciò che riguarda lo storage esterno.

Ma come tutte le belle novità c'era un effetto collaterale, chiamato il click della morte.

Infatti, capitava che per un disallineamento delle testine il disco veniva rigato da una di queste e si perdeva irrimediabilmente il disco ed i dati che i erano stati registrati.

Sulla stessa falsa riga, anni dopo, fu introdotto sul mercato lo Iomega Jaz che aveva un disco da 2GB, ma senza il grande clamore commerciale dello Zip 100

Iomega Corp. fu acquisita da EMC e poi da Lenovo, ma nel 2018 ha cessato le attività.

Lo Zip 100 rimane una di quelle idee figlie del suo tempo, ma che non hanno avuto fortuna perché progettate male, soprattutto la versione esterna su Porta Parallela (cfr.: Pc - Ovvero come capirci qualcosa senza arrovellarsi il cervello pagg. 10-11)

La soluzione delle soluzioni sembra arrivare, almeno in Italia, sul finire del XX Secolo tra il 1997 ed il 1999 quando sul mercato iniziano ad uscire i primi masterizzatori per CD.

Il Compact Disk non era una novità, esisteva nel campo musicale almeno dagli inizi degli anni '80 del XX Secolo, con la leggenda del sommo direttore d'orchestra Herbert von Karajan che impose al consorzio Sony-Philips di aumentare la durata dei dischi a 74 min perché non sarebbe entrata la registrazione della IX Sinfonia di Ludwig van Beethoven.

Il prodotto si vendeva come lifetime warranty, ovvero garantito a vita. 

Ma il concetto di vita, per noi negli anni '80-'90 era 100 anni o giù di lì, poi, come vedremo, si è ridotto di parecchio...

Il CD-R, ovvero quel particolare tipo di disco che si può scrivere una sola volta, uscì sul mercato nel 1988, ma divenne commercializzato solo a partire dal 1991.

Uno dei primissimi prodotti CD-R fu il Kodak PhotoCD, ma furono messi in vendita molti dispositivi che potevano registrare i dati sul supporto.

Anche qui, i primi modelli usavano un particolare connettore chiamato SCSI (si legge scasi), usato principalmente su Apple Macintosh, che consentiva di trasferire dati ad alta velocità.

Il vero nodo della masterizzazione era evitare che ci fossero dei bug di dati nel flusso di registrazione.

Se su un hard disk perdi un bit, lo ricarichi al giro di disco successivo, su un CD non puoi permetterlo perché si brucia il disco (e in quel tempo si parlava di 1.000 - 2.000 lire italiane a disco, una bella cifra)

Il top era avere un disco SCSI ed il masterizzatore SCSI così da avere un transfer dati omologato sulla linea, ma ovviamente non tutti potevano permetterselo e quindi si usavano artifici vari.

L'idea in se era ottima, e le premesse altrettanto ottime, usando anche dischi di prima scelta (quelli da 1.000 - 2.000 lire del vecchio conio) seppur conservate in modo perfetto senza luce, nei box originali, senza graffi, ecc, ecc improvvisamente perdevano i dati.

Il problema si estese agli inizi del XXI Secolo, nei primi anni 2000, anche ai DVD nel momento in cui si passò dai dischi da 640-700MB ai 4,3GB oppure 8GB (i DVD Double Layer)

Se la velocità di elaborazione era aumentata ed anche quella di transfer, il numero di dischi bruciati era sceso a livelli dell'1% (ma anche sotto tale valore), il problema di perdita improvvisa dei dati restava ugualmente

Il caso più emblematico di perdita di disco mi capitò anni fa quando andai a vedere un DVD di un film che avevo comprato e questo, girato su più lettori DVD era illeggibile.

Quindi sia l'ipotesi Zip 100 i Jaz che CD/DVD sembrava essere inefficace.


Hard Disk esterni e Soluzioni Cloud

La soluzione più interessante ed allo stato (sembra) efficace, avvenne tra la fine del primo decennio del 2000 ed i primi anni del 2010, quando la porta USB iniziò ad essere più veloce (si passò da 1.0 a 2.0) e comparvero i primi Hard Disk esterni ad alta capacità (tipo 1TB a salire)

L'utente collega il disco su USB e si trova un disco in Risorse del Computer di Windows e lo usa come tale.

Ma funzionano?

Per quello che può contare come esperienza, un disco che avevo comprato nel 2009, ad oggi, è ancora funzionante con dati leggibili.

Un'altra soluzione che ad oggi sembra la più efficace e sicura sono i Cloud.

Da quando Internet è diventato a banda ultra larga (la famosa fibra ottica in casa) si sono i diffusi i servizi Cloud, cioè quei sistemi che ci consentono di registrare i dati su un fornitore esterno che paghiamo (profumatamente) un tot all'anno per dello spazio.

I più diffusi, come già accennato, sono Google One, Apple iCloud al quale aggiungere almeno altri due servizi famosi come Microsoft OneDrive e Amazon Photos.

Quest'ultimo consente di caricare illimitatamente le immagini (e solo quello, almeno al 2026) pagando il prezzo del servizio Prime

Ottimo, ma può scalare le immagini in dimensioni o profondità (dpi) più piccole

Un servizio che in Italia forse è l'unico più vantaggioso in rapporto prezzo/prestazioni è quello di Aruba, col servizio Aruba Drive che non pone limiti al caricamento di oggetti (immagini, video, iso e file in genere)


Esistono Soluzioni?

Dopo tutto l'excursus fatto, caro lettore, ti starai chiedendo quale soluzione applicare per salvare i dati.

Non esiste un'unica soluzione!!!

Nella trattazione ho deliberatamente non inserito nella lista delle soluzioni il NAS (acronimo di Network Area Storage) un sistema a costo medio che consente di avere uno spazio di rete in casa/ufficio dove n dischi lavorano insieme in un sistema chiamato RAID (acronimo di Redundant Array of Independent Disks) ed ha un sistema di tolleranza ai guasto alto (fault tolerance) che consente si gestire dati ed i guasti del disco.

Ovviamente un sistema che in gestione personale/aziendale ha un costo importante sia dal punto di vista hardware che dal punto di vista della manutenzione e dell'eventuale recupero dati.

In sistemi a pagamento tipo Aruba Drive che usano lo stesso principio i costi di gestione crollano con vantaggi per l'utente finale.

Una buona prassi sarebbe quello di usare un mix di sistemi come Hard Disk esterni, Aruba Drive ed eventualmente Amazon Photos, ed avere una costanza d'acciaio nel mantenere il tutto aggiornato sia da smartphone che da macchine digitali.

Per quanto sembri efficace, abbiamo almeno un costo annuo da sostenere e finché siamo in vita lo manteniamo.

Ma dopo, i nostri nipoti, pronipoti, storici del futuro, potranno accedere ai nostri documenti, libri, immagini, video, insomma potranno studiare noi che siamo vissuti a cavallo del millennio come eravamo fatti e cosa vedevamo nel nostro tempo?

Se i cloud sono personali e sono a pagamento a morte dell'utente vengono cancellati, i dischi interni ai computer e quelli USB esterni nel tempo potrebbero deteriorarsi.

Se poi le USB diventano obsolete, ci troviamo nei problemi del DECtape del MIT o Porte Parallele dello Zip 100, o ancora la FireWire dei PC/Mac anni 2000-2010 soppiantati del tutto con la USB 3 e 4.

A questo dobbiamo aggiungere, poi, gli standard che oggi sono riferimento (JPG, DNG, MP4, MOV e qualcun altro) ma certamente non saranno eterni, e quindi ci troveremmo nell'immane problema descritto nel post sul Kodak PhotoCD.

Come si risolve?


La politica deve iniziare a farsi carico del problema

Ammetto che ora sposto il livello ed il focus, ma da questo punto del post il problema, come abbiamo visto, non riguarda più come salvare i nostri file, ma dobbiamo salvaguardare nel tempo la nostra cultura per non scomparire dalla storia improvvisamente.

La politica, soprattutto quella Europea, nell'ultimo periodo ha legiferato sull'AI senza effettivamente comprenderne sia la portata che il momento.

Una delle poche buone leggi è quello sul caricatore universale, ma il computo è sempre misero rispetto alle problematiche e, a parte delle sciocchezze puramente ideologiche come gli OpenFormat (che nessuno usa perché meno efficienti di altri proprietari standard de facto tipo docx ed xlsx) non ha promosso nessuno studio sulla salvaguardia dei dati delle singole persone, soprattutto post mortem, per non perdere un materiale immane utile allo studio futuro della nostra società attuale.

Se è pur vero che i formati JPG, come gli MPG per i video sono stati realizzati da gruppi ISO/ITU, non è detto che lo siano all'infinito

Ad esempio avevo citato il DNG file di pubblico dominio ma brevettato da Adobe Inc. per la registrazione di immagini in formato grezzo, cioè non compresso come il JPG.

L'organizzazione ISO a ufficializzare DNG come lo standard per i file raw – sezione ISO 12234-4:2026.

A questo punto basterebbe imporre come standard i formati già citati e trasferire i dati dei cloud, post mortem del proprietario su volontà degli eredi (di fatto se non esistono) ad un grande archivio centrale in modo tale che sia possibile per gli storici accedere a dati di prima mano e poter descrivere il mondo attuale e lasciarlo alle generazioni future

Certo il principio del collasso della civiltà come accadde per Roma è altissimo e potrebbe far perdere tutto, ma almeno avviene per causa di forza maggiore e non per cessioni di società, rami d'azienda ecc.


Conclusioni

Questo post più che trovare soluzioni (al massimo proporre qualcosa) ha voluto far riflettere attraverso esempi e comparazioni quanto il nostro mondo attuale sia fragile soprattutto per i dati.

Per salvaguardarli, forse l'unica cosa è usare una mix di tecnologie, ma dubito fortemente che moltissimi lettori siano ossessionati dalla gestione, dall'ordine e dalla cura per salvaguardarli.

Se per i video restano problemi quasi insormontabili, come accaduto ai vecchi Super 8, Betamax, VHS, Hi8, DVCam ecc ed è necessario sempre convertire almeno inizialmente i formati esterni in file, per preservare le photo e documenti, ciò che disse a suo tempo Vinton Cerf rimane paradossalmente l'unica azione economicamente fattibile: stampare le cose più importanti!!!


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